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Cantare le uova
Quella delle uova pasquali (non di cioccolato) è una tradizione senza tempo e luogo essendo legata ad arcaici rituali primaverili sia pagani che cristiani. Vi sono tracce che risalgono ad usi dell’antico Egitto, dell’antica Persia, Cina, Grecia, Roma, insomma delle più importanti civiltà della storia, e in seguito vi è stata una diffusione che si è estesa un po’ dappertutto nel mondo. L’uovo possiede una simbologia che ha difatti connotati universali e che lo vedono rappresentare per antonomasia la vita e la fertilità, se poi lo associamo alla Primavera: altrettanto emblematico periodo di rigenerazione e di rifiorire della natura, e alla festività della Pasqua: giorno di Resurrezione e cambiamento, ecco che la sacralità del simbolo inizia quasi a non avere eguali. E’ beneaugurante scambiarsi le uova, dipingerle, metterle sopra le tombe e se si va in chiesa con in tasca un uovo nato il giovedi Santo si è in grado perfino di smascherare le streghe. Ma c’è un rito popolare appartenente a terre a noi vicine, come Langhe, Roero e Monferrato che celebra le uova anche nel loro aspetto puramente commestibile e porta il nome di “Cantè J’euv”, Cantare le uova. Il rito, come spesso accade per le vecchie feste di folclore, ha rischiato di scomparire del tutto, e solo non da molto è stato riportato in vita, anche se con il compromesso di strizzare l’occhio al turismo. Il cerimoniale si basa su un tradizionale canto di questua effettuato, durante il periodo di Quaresima, per lo più da una congrega di maschi, pur’anche attivi nel mentre a fare la corte alle ragazze, che gira nelle ore notturne per le contrade cantando, suonando ed elemosinando uova da mettere in una cesta abitualmente portata da un ragazzo vestito da improbabile frate, il fratucin. Nelle comunità rurali le uova sono sempre state considerate un bene prezioso, soprattutto quale bene di scambio per i mercati e un tempo il donarle diveniva un gesto di tutto riguardo. La tradizione prevedeva che le uova raccolte dovessero servire per una grande frittata da mangiare tutti insieme il giorno di Pasquetta. Il canto inizia perlopiù con:
O dene, dene d’j oeuv ma d’la galin-a bianca, / O date, date delle uova ma della gallina bianca,
i vostri ausin an diso che chila l’è mai stanca. / i vostri vicini dicono che lei non è mai stanca.
Se le cose vanno bene e le uova vengono donate si prosegue con cerimoniosi complimenti con gli auguri di salute e prosperità ma se non vi è risposta il canto assume i toni della “maledizione” soprattutto per le “zitelle”, per cui:
Suna, suna violin, che ‘t suni a uffa si ié na fia da maridé a buterà la muffa.
Se anti sta casa si ié na fia grassa e se vor nen calé, ca marsa an tla paiassa.
Suona, suona violino, che tu suoni alla noia , se c’è una ragazza da sposare metterà la muffa.
Se in questa casa c’è una ragazza grassa e se non vuole scendere, che marcisca nel materasso.
E non viene risparmiata neppure la padrona di casa con una bonaria maledizione che non ha bisogno di traduzione:
Signora la madama se chila an na da nent, presuma la Madona ch’ai fassa caschè i dent
Ultima modifica: 15 aprile 2007 23:05